Il litorale è un importante oggetto geografico, sul quale i testi italiani sono spesso omertosi. I geografi francesi lo trattano con molto maggiore riguardo – dovuto forse, a leggere Frémont, ad una loro smisurata ammirazione per i frutti di mare -.Eppure l’Italia è prima di tutto un Paese di litorali, che ne segnano il vero confine con gli altri Paesi mediterranei, il confine liquido con l’Europa meridionale, con l’Africa e con l’Asia, e simbolicamente anche con l’Oceano Atlantico a ovest e con le Indie a est. E’ dal Mediterraneo che sono passati, per l’Italia, lo sviluppo e l’abbandono, la ricchezza e la rovina, il potere e la decadenza, la cultura e l’arretratezza. Ed è sui litorali che d’estate si riversano milioni di italiani e di turisti stranieri, in un mese di agosto che qui per alcuni significa il momento della vacanza e per altri significa “la stagione”, vale a dire la possibilità di sbarcare il lunario. Il turismo balneare, in Italia, è una pratica di migrazione temporanea ciclica. Basterebbe questo per legittimare studi e per approfondire ricerche sui temi del turismo, dei comportamenti spaziali (meglio se “di genere”), della sostenibilità ambientale, degli impatti sul paesaggio, sull’economia, sulla società. Ma il blog non è spazio per approfondimenti così mirati. Quello che segue è appena un breve inventario di osservazioni dirette, con qualche rilevanza geografica, da uno dei tanti litorali italiani, quello ligure, nel mese di agosto 2012. Dicano i lettori se vi può essere lo spunto per un piccolo dibattito o, almeno, per una lezione sul litorale al rientro nelle scuole. – La prima cosa che balza all’occhio, inevitabile per chi abbia studiato geografia sul mitico e arduo manuale di Haggett, è la straordinaria densità di popolazione, variabile nelle ore del giorno in base all’esposizione solare, che si concentra fra il bagnasciuga e i primi metri di mare. Sappiamo bene che per capire lo spazio geografico non possiamo fermarci agli oggetti immobili, come si faceva un tempo, ma dobbiamo indagare le relazioni fra questi e le cose che si muovono, che si spostano, che ora si concentrano e dopo poco si allontanano: il litorale è un ottimo caso di studio per educare a questo esercizio. – Alle ore 12 la densità sul bagnasciuga è superiore a quella delle aree più popolate del Bangladesh o degli slum di Manila, e diminuisce proporzionalmente mano a mano che ci si allontana, sia verso il mare, sia verso la costa. Verso il mare, questo dipende dalla profondità dell’acqua. Oltre il fatidico – 1,60m, la presenza umana (definibile nella categoria dei “bagnanti”) diminuisce rapidamente. Oltre le boe dei – 2,00m, quasi crolla, e vi si intravedono solo alcuni nuotatori (che distinguiamo così dai bagnanti, che fanno passeggio in acqua), i surfisti e i fluttuanti ospiti delle barche (si aprirebbe qui un triste tema, oggi alla moda sotto il termine di waterfront, concetto che abbellisce la nuova frontiera della cementificazione: quella dei piccoli porti di cui ogni paesello marittimo vorrebbe dotarsi (almeno fra Liguria e Toscana), allungando l’invereconda colata di calcestruzzo direttamente sulle onde, rosicchiano al litorale quel poco ancora di fintamente naturale che gli resta.- Verso la costa, la densità umana digrada mano a mano che ci si allontana dalla riva, ma nei giorni di maggiore presenza umana resta elevata fin oltre la spiaggia (intendo con questo termine, almeno in Liguria, quegli spazi antropici attrezzati su sabbia o ghiaia riportati che nulla hanno, della spiaggia intesa in senso naturale, se non il sito a ridosso della linea di costa (anch’essa controllata, o almeno sotto tentativo di controllo, attraverso opere umane, dai riporti di detriti agli scogli artificiali). L’antespiaggia, almeno in Liguria, è dato da due presenze quasi ubique: il lungomare, passeggiata pedonale a ridosso dell’ingresso agli stabilimenti balneari, e l’Aurelia, strada statale, di romana memoria, attaccati alla quale si sviluppano i palazzi, quasi sempre architettonicamente spregevoli, dove la speculazione edilizia degli anni ’50, ’60 e ’70 del Novecento ha dato il suo meglio nell’opera di distruzione del bel paesaggio di borghi rurali che oggi possiamo intuire solo durante rigeneranti escursioni nell’entroterra – dove è rimasto qualche bagliore della Liguria bella e povera che si ritrova nelle pagine di Biamonti. A proposito: se ne leggono, nelle antologie scolastiche? A quando un’antologia di pagine di scrittori che raccontano i paesaggi italiani?). – Anche se è forte la tentazione di raccontare quanto c’è, di molto più interessante, nell’entroterra, torniamo al litorale. Qui dunque si concentra la presenza umana, e con essa la gran parte delle attività economiche. Ogni stabilimento balneare ha il suo bar, alcuni sono anche ristoranti, e anche le attività commerciali sono concentrate a ridosso del lungomare e dei primi isolati verso l’Aurelia. Per fortuna si sono, scusate la retorica, il sole e il mare, perché per il resto l’impressione distaccata potrebbe essere la stessa di trovarsi in un grande centro commerciale lineariforme, per di più pieno di sconosciuti in costume da bagno. – Il fatto che tutto questo dispiegamento di attività umane sia significativo per due, massimo tre mesi all’anno (ma nel sud la “stagione” si riduce a un unico mese) è forse il dato più rilevante e, insieme, raccapricciante. La “litoralizzazione” turistica è un’opera di territorializzazione basata sui flussi e sulle impermanenze, che rende le località balneari simili a non luoghi: contesti senza identità, ogni spiaggia è simile alle altre, attraversati da migliaia di persone che non si conoscono e che non abitano qui, sospinti da un forte desiderio di consumare, si svagarsi, di allontanarsi dalla vita quotidiana. Mi ha colpito osservare che raramente, oggi, i bambini in spiaggia giocano insieme. Sono i genitori, onnipresenti, che giocano con loro, gelosi di “godersi” i loro bambini. E così si è persa una delle poche cose buone della spiaggia, l’esperienza relazionale, che permetteva ai bambini di confrontarsi fra loro pari di città e paesi diversi, e ai loro genitori di porsi per una volta alla pari coi vicini, in costume da bagno, senza distinzioni fra chi porta la cravatta e chi la tuta da lavoro. – Diventano così non luoghi non solo i villaggi turistici, ma anche cittadine che pure hanno una loro storia e un loro senso del luogo, confinati in un “a parte” che non viene nemmeno intuito dalla gran parte dei turisti. – La fragilità del litorale non è quindi solo ambientale, dovuta all’erosione del mare, all’inquinamento o al prossimo innalzamento del livello dei mari. Anzi, direi che è soprattutto antropica: di un modello di consumo che non è solo ambientalmente ad alto impatto, ma che è anche socialmente, culturalmente ed economicamente usa e getta. Per consolarsi, verrebbe da dire che tra il cemento e i bancomat restano pur sempre il sole e il mare. E che come esperienza di alterità, per chi vive tutto l’anno a Milano o a Torino, dove i pediatri sconsigliano di portare i bambini a giocare nei giardini in quanto con l’inquinamento i polmoni non si sviluppano adeguatamente, è pur sempre qualcosa di salutare. La geografia emozionale del mare non può non finire, a settembre, con un po’ di tristezza: quella con cui osserviamo il sole e il mare rimasti quasi soli, fra pochi residenti, i pensionati che raccolgono gli ultimi tepori e i desolati scenari di alberghi chiusi, spiagge sprangate e condomini dalle serrande abbassate.

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